Avventura passata o disavventura presente?
Le peripezie che hanno caratterizzato la nostra storia e cultura umana sono state incredibili, ma non è opera facile individuarne i dilemmi che hanno messo in crisi questo immaginario.
Spade, pistole, navi, carovane e adrenaliniche missioni sono solo alcuni degli elementi che, sia nel bene che nel male, hanno caratterizzato l’immaginario di lunghi e cinici viaggi per mare e per terra. Un’estetica che non solo qualcuno avrà probabilmente conosciuto nell’infanzia o nella giovinezza sotto la forma dei romanzi di autori come Robert Louis Stevenson, Daniel Dafoe, Herman Melville, Emilio Salgari, Jules Verne e altri ancora o di molti altri mezzi espressivi, ma che viene anche ricordata con le tipiche narrazioni d’avventura che rimbalzano tanto tra diciottesimo e diciannovesimo secolo, quanto tra realtà storica e fantasia pura. Questa variegata dimensione culturale relativa essenzialmente alla scoperta di realtà lontane, però, sembrerebbe, con il passare del tempo, essersi indebolita.
A prima vista, se si prendono in considerazione le lecite prospettive degli studi postcoloniali, è probabile che a iniziare già a porre fine alle sofferenze di questo tipo di narrazioni possa essere stato Edward Said, dal momento che in “Orientalismo” (1978), nella sua operazione di critica delle concezioni accademiche, epistemologico-ontologiche e storico-istituzionali di un Oriente vago, stereotipato e subordinato all’Occidente, aveva anche affrontato il concetto di “geografia immaginativa” in termini non propriamente positivi:
“In other words, this universal practice of designating in one's mind a familiar space which is "ours" and an unfamiliar space beyond "ours" which is "theirs" is a way of making geographical distinctions that can be entirely arbitrary. I use the word "arbitrary" here because imaginative
geography of the "our land-barbarian land" variety does not require
that the barbarians acknowledge the distinction. It is enough for
"us" to set up these boundaries in our own minds; "they" become
"they" accordingly, and both their territory and their mentality are designated as different from "ours".” ['1]
Oppure, considerando una prospettiva meno immediata, la motivazione dietro l’addio a un certo tipo di visioni si potrebbe anche ricercare negli effetti dell’entrata nel sistema mediatico di narrazioni all’insegna del “transmedia storytelling” sempre più complesse, replicabili, inconfondibili e fruibili su ogni mezzo o oggetto possibile. La crescita esponenziale dei costi di produzione, del marketing delle imprese mediali e della richiesta di una fruizione più attiva e meno passiva dell’intrattenimento ha, dunque, sancito l’inizio dell’era della convergenza ['2]. È possibile, perciò, che gli infiniti blockbuster hollywoodiani abbiano contribuito a stremare l’immaginazione e limitare l’originalità, debilitando così non solo la creatività, ma rendendola anche standardizzata e costantemente prevedibile.
Eppure, considerando la natura complessa che caratterizza il ventunesimo secolo, i percorsi di sopra accennati potrebbero essere solo alcuni dei modi per spiegare la fine di una certa visione estetica e l’esaurimento di quel senso di stupore e meraviglia che animava il disvelamento e l’esperienza dell’ignoto. La Terra su cui viviamo tutt’oggi sembrava sufficiente a ospitare infinite distanze, destini remoti e misteri inimmaginabili a cui tendere, mentre adesso
sembra che non esista più una vera meta che vada effettivamente oltre la materialità tanto cara alla nuova religione della tecnica. Che sia carica di simboli e significati più profondi.
È poi vero che questo credo, aiutato anche da crisi geopolitiche che covavano già da tempo, ha saputo formulare le sue fantasie e i suoi progetti per riuscire ad esistere, spostando semplicemente il focus d’interesse da qualche altra parte (forse verso lo spazio, come testimonia la colonizzazione di Marte a cui aspira Elon Musk?). Ma è anche vero che, ultimamente, sia sul piano umano che su quello naturale esso abbia perso l’interesse verso la così variegata e misteriosa realtà che continua ancora ad essere oggi giorno la Terra. Ed è in questo modo che un intero contesto d’interesse viene escluso o sottovalutato da quelle masse ormai proiettate nel futuro, un futuro che suona troppo come una promessa.
D’altronde, esiste davvero la possibilità di ricercare là fuori un nuovo altrove, se non si è mai conosciuta veramente casa propria?
['1]: E. Said, Orientalism, Vintage Books, New York 1979, p. 54
['2]: F. Zecca, Cinema Reloaded. Dalla convergenza dei media alla narrazione transmediale, in Cinergie. Il cinema della convergenza. Industria, racconto, pubblico, n.2, pp. 9-37
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