Da dove viene quel senso di colpa che ci accompagna dappertutto? É un macigno composto da tanti mattoncini, tra i quali fa sentire il suo peso quello posto da una religione che condanna "pensieri, parole, opere e omissioni". E non sempre ci aiuta a essere la versione migliore di noi stessi.
Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni, per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
- Confiteor, preghiera del rito romano
Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.
Scopri chi sei e non temere di esserlo.
- Mahatma Gandhi
Dai dilemmi per le grandi scelte alle responsabilità che sentiamo su di noi, da piccole incertezze agli equilibri familiari: sia le questioni cruciali della vita di ognuno di noi sia quelle più banali sono permeate da un senso di colpa a volte vago, a volte ben definito e pressante.
Come tutti i rapporti complessi, anche quello che abbiamo con il senso di colpa è il risultato di molti elementi concatenati e interagenti.
Sicuramente, c’è una componente di natura psicologica che affonda le sue radici nella nostra biologia. D’altra parte, il contesto socioculturale influenza le nostre percezioni e modella il modo con cui ci rapportiamo agli altri e con noi stessi; considerato sotto quest’ottica, il senso di colpa è un aspetto della natura umana che ha assunto nel corso della storia ruoli cruciali.
Nel libro Il crisantemo e la spada, l’antropologa Ruth Benedict ha teorizzato l’esistenza di due modelli contrapposti di società: società della vergogna – come quella giapponese o, secondo studiosi successivi, quella greca antica – e società della colpa – come quella americana.
Nelle prime, il comportamento scorretto degli individui è scongiurato da sanzioni esterne e disapprovazione pubblica; le seconde, invece, sono fondate su una condanna interiore del peccato.[1]
Questi imperativi morali sono fortemente influenzati dalla confessione religiosa professata all’interno delle società stesse o dai singoli individui, come evidenziato da vari studi; ad esempio, un’indagine condotta da Walinga et al ha rilevato che le persone strettamente affiliate ad una chiesa ortodossa protestante o cattolica riportano una frequenza più elevata di sensi di colpa rispetto a coloro che sono meno affiliati ad una chiesa cristiana. [2]
Il ruolo del senso di colpa è riconosciuto e analizzato anche da ottiche specificatamente cristiane. È il caso del saggio Culture of Shame / Culture of Guilt - applying the Word of God in different situations, in cui il teologo Thomas Schirrmacher esamina colpa e vergogna da un punto di vista antropologico e sociologico. Lo studioso prende in considerazione la modalità con cui queste ultime orientano le costruzioni sociali, per focalizzarsi poi sul ruolo ricoperto da tali concetti nella Bibbia; in particolare, pone la questione se nel testo sacro prevalga una visione basata sul senso di colpa o se, al contrario, la Bibbia sia principalmente orientata al sentimento della vergogna. Ponderando le due ipotesi, Schirrmacher argomenta che entrambi contribuiscono a strutturare la narrazione biblica in modo complementare e conclude:
God created us for honor and righteousness and gave us as people a conscience with its shame orientation and its guilt orientation. Both orientations significantly contribute to a successful life for the individual and for the community. [3]
Sicuramente, la colpa è un dissuasore non da poco che ci distoglie dal compiere azioni sbagliate. In questo senso, contribuisce all’equilibrio sociale.
A tal proposito, però, credo sia rilevante operare una distinzione. Infatti, se in alcuni casi la colpa può essere un’emozione costruttiva che conduce a metterci in discussione e a rimediare ai nostri errori, in altri può diventare un vero e proprio blocco emotivo, un macigno che grava sulle nostre spalle e ci schiaccia il respiro. Dal mio punto di vista è riduttivo pensare all’essere umano come a un organismo lineare, prevedibile, organizzato secondo schemi causa-effetto assolutamente razionali (ai quali ricondurre il meccanismo senso di colpa-impegno per il prossimo e la comunità): lo sviluppo della nostra personalità, le emozioni che proviamo, i nostri vissuti interiori seguono strade tortuose e imprevedibili e sono determinate da componenti complesse e intrecciate fra loro.
Educare al senso di colpa, se questa è intesa come un sentimento distruttivo, è educare alla repressione di una parte di sé.
A tal proposito, vale la pena chiedersi come viene inteso il senso di colpa nell’ottica cristiana.
Come può essere costruttiva un’emozione che condanna non solo “parole, opere e omissioni”, ma persino pensieri?
Come è possibile imparare a gestire le componenti più oscure – e per questo più intimamente umane – del proprio io se non si riesce a guardarle in faccia, se ci viene insegnato a tenere chiuso a chiave in un cassetto lo specchio che ci mostra il nostro profilo peggiore? O peggio, ad azzittire la parte di noi che rivendica a gran voce la volontà di essere felice non solo praticando l’altruismo, ma anche assecondando la voglia di cercare il piacere o l’esigenza di seguire i nostri sogni e non quelli preconfezionati dalla società?
Non stai vivendo la vita che avrebbe reso orgogliosi i tuoi genitori. Hai sedici anni, e hai scoperto il piacere. Ne hai ventiquattro, e non sei al passo con gli esami. Una volta, hai detto di no a un amico perché non avevi energie per ascoltarlo.
Rinnegare l’esistenza della parte più controversa della nostra natura ci impedisce di conoscerci, di entrare in contatto con noi stessi e di accettare un’immagine complessa della nostra personalità, la quale comprenda non solo il modello idealizzato che pretendiamo di incarnare, ma anche ciò che ci sfugge e (in alcuni casi) ci trascina verso il basso – in una parola, ci impedisce di crescere.
Accogliere la voce più ambigua nel nostro dialogo interiore è qualcosa di ben lontano dal compiere azioni dannose per gli altri; al contrario, saperla ascoltare ci permette di familiarizzare con essa e di imparare a gestirla, ci concede di apprezzarci come siamo fatti e ci insegna ad affrontare la realtà
così com’è: un connubio di luce e ombra.
Non solo il senso di colpa che permea la nostra cultura punta il dito contro i nostri pensieri più reconditi, ma si rivolge anche a qualcosa di ancestrale e antichissimo che esula dal nostro controllo.
Un peccato originale che riceviamo in eredità alla nascita insieme alla prima boccata d’aria. Prendere o lasciare: il mondo offre latte, luce e sensi di colpa. Nessuna speranza di redenzione.
Un peccato che affonda le proprie radici nella conoscenza stessa del bene e del male. La consapevolezza che la cattiveria esiste – dentro e fuori di noi – ci condanna a portarci addosso un fardello soffocante.
Oggi hai mangiato, mentre qualcuno sta morendo di fame. La tua vita non è a repentaglio, mentre in altri parti del mondo ogni giorno si rischia di morire. Ci sono stati mesi in cui hai sentito dolore, anche se non eri ferito; momenti in cui hai sofferto, anche se avevi mille motivi per stare bene; notti
in cui hai pianto, anche se non ne sapevi il motivo.
C’è chi può esibire una lunga lista di motivazioni valide per soffrire – mentre noi, nati dalla parte fortunata del mondo, ci lagniamo se non ci permettono di seguire ambizioni strampalate e sogni ingenui.
Non si tratta di negare le nostre responsabilità né di abbandonarsi alla disillusione e all’egoismo; non possiamo smettere di avere speranza: il mondo – o almeno, una manciata del mondo – è nelle nostre mani.
Ma il mondo non si cambia con il senso di colpa. Il senso di colpa, inteso nel suo significato più malsano, è un castello di carte costruito con le nostre debolezze, le nostre fragilità traballanti, le nostre parti oscure quando ci rifiutiamo di accettarle e gettiamo loro addosso il nostro disprezzo.
Sotto questo aspetto, il senso di colpa non è un maestro: non insegna a discernere, ma sa solo bollare come sbagli le nostre azioni per trasformarle in una nuova grottesca, sottile carta da gioco, un altro pezzo di quell’impalcatura fantasma.
Credo che una persona in grado di amare se stessa abbia la possibilità di dedicarsi agli altri in modo sano e gratuito, non condizionato dalla angosciosa ricerca di una (utopica) integrità morale incontaminata e assoluta, che troppo spesso coincide con la rinnegazione di sé.
Il senso di colpa è un campanello d’allarme: un pizzico di questa emozione nelle giuste circostanze può aiutare ad orientarci. Ma impegnarsi per il bene di ciò che ci circonda significa, prima di tutto, essere in grado amare. Essere capaci di vedere la bellezza anche quando non è pura, saper apprezzare, ascoltare, guardare.
Se ciò che vedi non ti piace, non fartene una colpa: continua a tenere gli occhi aperti.
Ruth Benedict, “IL CRISANTEMO E LA SPADA”, 1946, ed. Laterza ↩︎
Walinga, Pieter, et al. “GUILT AND RELIGION: THE INFLUENCE OF ORTHODOX PROTESTANT AND ORTHODOX CATHOLIC CONCEPTIONS OF GUILT ON GUILT-EXPERIENCE.” Archiv Für Religionspsychologie / Archive for the Psychology of Religion, vol. 27, 2005, pp. 113–35. JSTOR, http://www.jstor.org/stable/23910015. Accessed 28 Feb. 2025. ↩︎
Schirrmacher Thomas,“SHAME AND GUILT”https://tobias-lib.ub.uni-tuebingen.de/xmlui/bitstream/handle/
10900/155017/978-3-86269-044-2.pdf?sequence=1&isAllowed=y ↩︎
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