In una società che ammicca sempre più spesso al declino dei valori piuttosto che al progresso, rifugiarci in luoghi, abitudini e persone è uno strumento ricorrente ma sfaccettato: è evasione, distrazione o entrambe le cose? Quando fa bene e quando invece fa male?
C'è un viaggio che ciascuno di noi compie in maniera ricorrente, è quello ci porta da un luogo all'altro, per molteplici motivi: studio, lavoro, famiglia, amicizia. Succede che lasciamo il luogo in cui viviamo, e osserviamo la nostra vita da lontano. Nel tempo necessario per arrivare da un posto all'altro non siamo nè di quà nè di là, e la sensazione è quella di galleggiare fuori dal tempo e dallo spazio, in una terza dimesione che si nutre di sparizione e di riposo, evadendo dalle solite dinamiche della vita di tutti giorni.
Nei tempi complicati e turbolenti che viviamo, sia nel privato che nel pubblico (lo sono più di altri, o in Occidente ci siamo abituati bene negli ultimi settant’anni?), l’idea dell’evasione diventa sempre più allettante. Quante volte vi sarà capitato di dire ai vostri amici “andiamo in montagna in mezzo al nulla e fondiamo una comune con una capretta nel cortile” come risposta ad un mondo che ci sembra sempre più improntato alla decadenza, piuttosto che al progresso. Così come, fra nuove oligarchie economiche e dipendenza da social network, ma anche complottismi di successo, sta tornando in auge l’idea della distrazione di massa, magari con un programma trash, per non pensare alla quantità di questioni che affliggono il mondo e che non sembriamo capaci di affrontare proficuamente.
Pertanto, il tema che ci accompagnerà per i prossimi mesi di aprile e maggio è in realtà l’unione di questi due concetti, evasione e distrazione, tenuti volutamente assieme perché, probabilmente, ciò che è degno della nostra attenzione nasce proprio dai loro punti di incontro e scontro. Al contemplarli per la prima volta, potrebbero sembrare quasi sinonimi oppure, al contrario, uno intrinsecamente positivo e l’altro negativo. Quali sono invece le reali intersezioni fra queste due parole? L’evasione può essere una scelta necessaria e al contempo rumore di fondo, una forma di distrazione subita passivamente. Ma possiamo trovare altre sfumature di significato?
Nella narrazione l’evasione può evocare grandi imprese eroiche, ma anche la quotidiana "normalità", come quando ci perdiamo in una storia talmente coinvolgente da non riuscire a staccarci dalle pagine di un libro o dallo schermo, a tal puto da perdere la cognizione del tempo. Oppure, il rifuggire da una situazione personale che ci fa stare male, o addirittura di abuso. O ancora un amico o lo spettacolo di un comico, che ci fa ridere talmente tanto da dimenticarci per un attimo chi siamo. Ma quand’è che l’evasione diventa distrazione? Solo quando passiamo le ore a scrollare i social network, o quando il politico di turno addossa le colpe a qualche nemico esterno per coprire, nel migliore dei casi, la sua incompetenza? O è distrazione anche quando quella stessa storia che ci aveva preso così tanto sta condizionando la nostra visione del mondo in un modo che ci porta ad essere meno consapevoli di ciò che ci succede attorno?
Questi e tanti altri spunti saranno al centro delle riflessioni dei nostri autori e delle nostre autrici in questi mesi primaverili. Ciascuna interpretazione ci permetterà di scandagliare tutte le sfumature dietro a questi concetti che usiamo così spesso, e forse capire insieme dove sta questo confine labile fra evasione e distrazione.
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