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Habitus: cosa vuol dire crescere in un edificio popolare?

Case popolari e habitus: una riflessione su ciò che gli edifici ci lasciano in eredità. Posture, desideri e appartenenze che non si sradicano.

Habitus: cosa vuol dire crescere in un edificio popolare?
黄庆军 HuangQingjun - Family Stuff

Il concetto di Habitus, coniato da Pierre Bourdieu, uno dei sociologi più influenti del secondo Novecento, e sviluppato in particolare nella sua opera “La distinzione. Critica sociale del gusto”, è strettamente legato agli edifici che abitiamo. Fin dal grembo materno facciamo esperienza di un ambiente fatto su misura per noi, che ha accolto la nostra crescita. I contesti abitativi, come noi, sono soggetti a cambiamenti, sia indotti sia naturali. Basti pensare a come l’arredamento che scegliamo per le nostre case sia cambi dall’infanzia alle soglie dell’età adulta. Talvolta, per cause al di fuori del nostro controllo, siamo costretti a fuggire dal luogo in cui risiediamo: disastri ambientali che ne distruggono le fondamenta, sfratti, occupazioni illegali, fratture familiari. Eppure, ogni contesto, con la sua progressiva familiarità, ci lascia in eredità abitudini, posture, regole da seguire.
L’habitus è la “struttura strutturante e strutturata”[1] un’architettura invisibile composta da un insieme di disposizioni interiorizzate attraverso l’esperienza, che orientano automaticamente comportamenti, gusti e scelte personali.

È come una dimora interiore costruita dalle condizioni sociali in cui si è cresciuti. Il mio modo di stare al mondo deriva in larga parte dalle quattro mura che mi hanno ospitata per così tanti anni. Me ne accorgo ancora oggi, con una certa sorpresa, notando che l’appartamento in cui ho scelto di abitare presenta una planimetria molto simile a quella in cui sono cresciuta con mia madre. Il corpo era abituato a muoversi in spazi stretti, in una cucina troppo piccola per starci in due a cucinare. Le mie difficoltà a condividere ambienti con gli altri derivano (anche) dalla mancanza di uno spazio personale durante gli anni più delicat: l’adolescenza. Sono convinta che, se anche voi vi metteste a riflettere sui vostri comportamenti tipici in contesti differenti, finireste per tornare con la mente a quando eravate piccoli e gattonavate da una stanza all’altra del vostro appartamento — o della vostra villa, per i più agiati.

In altre parole, l’habitus è ciò che permette di “muoverci nel mondo” senza dover riflettere continuamente sulle nostre azioni. In certi edifici siamo spontaneamente portati a comportarci in un determinato modo: se entriamo in una biblioteca, sappiamo già che il tono della voce deve abbassarsi. Le regole sociali ci sembrano naturali, ma in realtà sono il frutto dell’apprendimento implicito derivato dal contesto in cui cresciamo. Crescere in una casa con spazi che favoriscono lo studio permette di sviluppare un habitus compatibile con la scuola e l’università, facilitando il metodo di studio e la concentrazione. Oltre ad una consapevolezza maggiore sulle “azioni corrette” da svolgere nei luoghi che simbolicamente rappresentano questi valori.

Così, appartenere ad uno strato sociale, ad un territorio, ad una abitazione, modifica le nostre abitudini, i nostri connotati. Quando entro in un luogo, posso sentirmi a disagio o meno in base allo spazio di appartenenza, allo spazio in cui sono cresciuta.
I luoghi sanno anche essere politici. Le case popolari più delle altre abitazioni, forse più di altre tipologie abitative, lo sono in modo evidente. L’assegnazione di un alloggio pone dei presupposti, specialmente quando si tratta di edilizia popolare.

Riconosciamo facilmente i complessi residenziali pubblici quando li vediamo: per come sono stati costruiti, per i lavori di mantenimento (che diciamolo chiaramente, spesso non vengono effettuati) e per chi li abita. Le “famose” famiglie in condizione di disagio diventano, nel racconto pubblico, gli “scansafatiche”, gli ultimi nella piramide sociale: figure utili al discorso politico, spesso ridotte a stereotipi.

Cosa comporta, concretamente, vivere in una casa popolare?

Non penso a casi estremi come le Vele di Scampia, il Corviale di Roma o il lontano Monster Building di Hong Kong. Mi riferisco piuttosto a quei palazzi omologati che racchiudono una comunità di persone accumunate da una caratteristica precisa: provenire da un complesso che, agli occhi degli altri, rimanda immediatamente a uno status sociale ed economico. Un’etichetta che sa pesare soprattutto sulla percezione che si ha di sé e di ciò che si possiede. Ci si muove nel mondo come zavorre, con un peso sulle spalle che dall’esterno si vede, ma non si può comprendere fino in fondo. A volte si è fortunati e si resta lontani dal bullismo, dalla vergogna, dalla muffa in casa che nessuno è mai venuto a togliere.

Non ho mai negato le mie origini: per me sono un valore aggiunto. Sono ciò che ha formato la mia consapevolezza sociale. Il mio credo politico. Questo non vuol dire che non abbia mai invidiato le abitazioni curate, spaziose, con giardino delle mie amiche. Mi colpiva quanto potesse essere accogliente una casa, di quanto potesse sembrare “pensata” per le esigenze di chi l’abitava. Quelle erano case che costruivano, all’interno del nucleo familiare, abitudini che sono così distanti da me. Un barbecue in giardino nelle sere estive, i compleanni festeggiati nella propria taverna, stendersi con un telo a prendere i primi raggi del sole primaverili. Se avessi voluto queste cose, mi sarei dovuta ingegnare. La creatività e lo spirito di adattamento non mancavano di certo a me e all’amica con cui sono cresciuta nel palazzo. Sapersi arrangiare: racchiuderei in queste due parole lo spirito che ci accumunava.
Portando il discorso su un piano più generale, chi cresce in questi contesti impara presto il valore del denaro (e le conseguenze)[2], di una fonte di calore durante l’inverno, del farcela con le proprie forze.

Le strutture sono perlopiù decadenti, fatte di muri sottili e materiali a basso costo, tirate su in fretta – quando i lavori vengono effettivamente portati a termine. Non è un caso che, nel 2025 l’Italia resta tra i Paesi europei con la quota più bassa di edilizia sociale e popolare: la disponibilità di alloggi pubblici si aggira attorno al 4%. Già di per sé assurdo, ma comparato al 37% della Danimarca (in vetta alla classifica) questa percentuale diventa addirittura ridicola.

Non voglio entrare nei meriti dello stigma sociale secondo cui in questi complessi regnerebbero criminalità e degrado. È senz’altro vero che certe dinamiche esistono, ma cosa comporta averne coscienza fin da piccoli? Sapere, all’età di otto anni, chi fosse tra “noi” tossicodipendente — e che cosa volesse dire — e chi invece fosse disoccupato, e cosa questo comportasse. Non a caso ho messo fin da subito in chiaro il potere politico di questi quartieri abitativi.
Crescere con questa consapevolezza così precoce non era solo informazione: era una disposizione, un modo di guardare gli altri e me stessa che mi si è depositato nel corpo.

Per vie traverse e per questioni personali, ho sentito l’urgenza di stare dalla parte di queste persone, dei miei vicini di casa. Perché nessuno li stava difendendo, nessuno voleva davvero conoscerli. Io avevo un’opinione su di loro che andava oltre l’utilità sociale o l’illegalità delle loro azioni: era legata alle loro personalità, non ai fallimenti e alle difficoltà che li avevano portati lì. Perché, in quei luoghi, eravamo in due: io e loro.
Odiavo gli sguardi giudicanti di chi passava e sbirciava tra i palazzi. Ancor di più non tolleravo che questi diventavano discorsi qualunquisti, pieni di insulti.

Vivere in una casa popolare vuol dire formarsi in un ambiente che non ti sei scelto, ma che ti è stato affidato. Ti prendi ciò che è disponibile e non puoi rifiutare. Pensiamo agli anziani, costretti a salire anche fino al quarto piano senza ascensore. Oppure al dover sentire le discussioni familiari di chi abita accanto a noi. Alla musica che filtra dai muri, agli odori delle cene. Per carità, questo accade anche negli appartamenti “normali”, per cui si paga un affitto (spesso troppo caro). Ma io sentivo sempre lo scarico del gabinetto della signora accanto a me, o la partita alla PlayStation del ragazzo con cui condividevo una parete.
“La gente sente di appartenere a un luogo quando ha posti dove trovarsi e luoghi di riferimento.”[3]

È tutta qui l’importanza di avere uno spazio, esterno e interno, curato: ben disposto, pensato per mettere al centro le necessità di tutti, il loro benessere. Penso spesso alla quercia di mio nonno, che è stata abbattuta poco prima che lui morisse. Quello non era solo un albero, era un simbolo. Gli restituiva la sensazione di “casa”, un’estensione del proprio esserci nel mondo. In estate era molto utile perché oscurava il cortile posteriore del palazzo e, quando lui aveva le forze di scendere le scale, rimanevamo insieme molte ore lì sotto, a godere del fresco dell’ombra.
Ma non era l’unico posto in cui ci si poteva trovare: le signore di ogni interno il pomeriggio scendevano, prendevano le sedie di plastica messe a disposizione per chi lo volesse, e in cerchio annullavano le loro solitudini. Quando le vedevo parlare non potevo evitare di pensare che stessero pianificando qualcosa che nessun altro attorno a loro dovesse sentire. Non potevo uscire senza avere i loro sguardi puntati addosso.
Quando questi spazi non ci sono, o sono trascurati, anche l’appartenenza si indebolisce.

Ho sempre sentito l’urgenza di allontanarmi da lì, non per negare ciò che ho vissuto tra quelle mura, ma per portare ciò che sono diventata su un piano diverso. In parte, però, continuo ad abitare quelle stanze. Sono diventate le pareti della mia identità, del mio io più profondo.


  1. Bourdieu, Pierre; La Distinzione. Critica sociale del gusto. ↩︎

  2. Rino Gaetano, I miei sogni d'anarchia ↩︎

  3. https://www.vice.com/it/article/fabio-mantovani-case-popolari-italiane/ ↩︎

https://www.amazon.it/Cento-case-popolari-Fabio-Mantovani/dp/8822900790