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Il carcere di Evin

Fondato nel 1972 sotto il regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, il complesso di Evin è rimasto il perno della repressione anche dopo la Rivoluzione Islamica del 1979. Sotto la guida dell'Ayatollah Khomeini, la struttura è stata riconvertita per ospitare i "nemici della rivoluzione".


«Quando non hai nulla da fare non ti stanchi, non hai sonno, non dormi e già lì dentro un’ora sembra una settimana. La cosa che più volevo era un libro, la storia di un altro, un’altra storia in cui mi potessi immergere». Con queste parole, affidate alle pagine del Gambero Rosso, la giornalista e inviata di guerra Cecilia Sala racconta la sua esperienza di detenzione nel Carcere di Evin. 

Dopo aver documentato per anni la sistematica violazione dei diritti umani nella Repubblica Islamica dell'Iran, Sala è stata arrestata e detenuta per ventuno giorni nel famigerato carcere di Evin, prima di essere liberata l'8 gennaio 2025. Fermata con accuse generiche riconducibili alla presunta violazione delle leggi della Repubblica islamica, è stata rinchiusa in una cella definita da lei stessa «uno spazio stretto e verticale, privo di letto, con una lampada costantemente accesa e un soffitto dotato di una piccola apertura da cui filtrava l'aria, senza tuttavia consentire alcuna visibilità verso l'esterno». Situato alle pendici dei Monti Elburz, a nord di Teheran, il complesso di Evin si estende su quarantatré ettari ed è, dal 1972, il simbolo più brutale della repressione politica in Iran. Nato sotto il regime dello Scià Mohammad Reza Pahlavi e gestito dalla polizia segreta (Savak), il carcere non ha smesso di operare con l'avvento della rivoluzione Islamica del 1979. Sotto la guida dell'Ayatollah Ruhollah Khomeini, la struttura è stati anzi riconvertita per ospitare i «nemici della rivoluzione» e, progressivamente, ogni nuova forma di dissenso intellettuale, politico e religioso. Il 1988 segna l'apice della violenza istituzionalizzata all'interno della struttura. Al termine del conflitto con l'Iraq, migliaia di detenuti politici furono giustiziati al termine di processi sommari e i corpi furono sepolti in fosse comuni segrete, trasformando definitivamente il carcere in uno strumento sistematico di repressione e annientamento ideologico; un luogo dove studenti, professori, attivisti e giornalisti vengono reclusi per il solo fatto di divergere dalla linea della Guida Suprema, Ali Khamenei. È per questa paradossale concentrazione di menti brillanti e dissidenti che la struttura è tristemente nota come "l'università". Le organizzazioni per i diritti umani e vari rapporti internazionali denunciano da decenni l'uso sistematico di pratiche di tortura, tra cui la deprivazione sensoriale anche detta tortura bianca, violenze sessuali e scosse elettriche. Tra i vari testimoni figura sicuramente il regista iraniano Jafar Panahi, maestro del cinema contemporaneo e unico autore ad aver vinto i massimi premi cinematografici europei a Berlino, Cannes, Locarno e Venezia. Panahi ha pagato il coraggio di denunciare l'oscuratismo teocratico del suo paese con ripetute incarcerazioni. Il suo ultimo film, presentato al festival di Cannes, «Un semplice incidente», nasce proprio tra le mura di Evin e racconta l'incontro causale tra un ex detenuto e il suo antico torturatore. Poiché a Evin gli interrogatori avvengono con i prigionieri bendati, il protagonista del film riconosce il suo carnefice solamente dalla voce e dal suono metallico della sua protesti alla gamba. «Non ho scritto io questo film, l'ha scritto chi mi ha messo in galera» ha dichiarato ironicamente Panahi nel podcast Chora News di Cecilia Sala; il regista continua «Se non fossi entrato in quel posto, non avrei saputo raccontarlo». Il film culmina in un serrato interrogatorio di venti minuti che ribalta i ruoli, ovvero il carnefice diventa l'interrogato, in un tentativo liberatorio di processare, almeno sullo schermo, l'orrore espresso nel carcere di Evin. Il carcere è dunque, come spiegato anche dal regista, non è solo un luogo di sofferenza, ma è anche un laboratorio di resistenza politica e sociale che il regime fatica a fiaccare. Come documentato nel podcast di RaiPlay Sound "Le loro prigioni. Voci e cronache in presa diretta dalle carceri del mediterraneo» di Azzurra Meringolo, la sezione femminile del carcere di Evin è diventata un baluardo del movimento «Donna, vita e libertà», nato nel settembre 2022 dopo la tragica morte di Mahsa Amini da parte della polizia morale iraniana. Sul fronte della questione femminile e dei diritti civili, il volto simbolo è Narges Mohammadi. Nata a Zanjani nel 1972, l'attivista è da decenni il cuore pulsante della lotta per i diritti civili nella Repubblica Islamica dell'Iran, un impegno che le è valso il Premio Nobel per la Pace nel 2023, conferitole proprio mentre si trovava reclusa in cella. Dagli anni Novanta, Mohammadi vive un calvario giudiziario fatto di continui arresti e condanne; eppure descrive Evin come un luogo «politicamente vibrante». Dopo una temporanea sospensione della pena nel dicembre 2024, concessa esclusivamente per riprendersi da un intervento chirurgico, la libertà di Mohammadi è durata solo pochi mesi. Il 12 dicembre 2025, l'attivista è stata nuovamente arrestata mentre partecipava alla cerimonia funebre di Khosrow Alikordi, avvocato simbolo della difesa dei diritti umani, deceduto in circostanze ambigue. L'8 febbraio 2026 è arrivata l'ennesima condanna giudiziaria. Come riferito dal suo legale, Mostafa Nili, Mohammadi è stata condannata a ulteriori sette anni di reclusione con l'accusa di «associazione a delinquere e collusione per commettere reati», formula tecnica per una sorta di accusa di cospirazione. Questa nuova sentenza si somma ai tredici anni che l'attivista stava già scontando. Il verdetto include inoltre un anno e mezzo di prigione per «attività di propaganda», il divieto di espatrio e l'obbligo di dimore per due anni nella città di Khosf, nel Khorasan meridionale. Contro questa detenzione, definita una «farsa illegale», Narges Mohammadi ha intrapreso lo scorso 2 febbraio uno sciopero della fame durato sei giorni. Poiché all'attivista è impedito il contatto con la stampa, è stato il marito Tagi Rahmani, da Parigi, a farsi portavoce della battaglia; attraverso di lui, Mohammadi ha fatto sapere di considerare il procedimento giudiziario privo di ogni fondamento giuridico, e ha chiesto inoltre condizioni di detenzione migliori, come ad esempio il diritto di telefonare, di consultare i legali e di ricevere visite. La vicenda di Narges Mohammadi non è solo la cronaca di una persecuzione giudiziaria, ma la testimonianza di una consapevolezza politica radicale. Le parole che l'attivista ha affidato al mondo esterno risuonano come un avviso per tutta la popolazione iraniana: 

La tirannia non si impone da sola nei paesi. Pertanto, quando una donna come me decide di infrangere le norme da loro dettate, deve subire il carcere e la separazione dai figli, come lezione intimidatoria per le altre donne.

Evin rimane dunque un perimetro dove il regime di Ali Khamenei tenta di seppellire il dissenso attraverso l'isolamento. Ma, paradossalmente, è proprio tra queste mura fredde che l'opposizione iraniana ha costruito la sua «università». Dalle testimonianze dirette di Cecilia Sala, al cinema di Jafar Panahi, fino al sacrificio quotidiano delle donne donne del movimento politico «Donna, Vita, Libertà», questo luogo ha smesso di essere solo un carcere, ma è diventato un simbolo di un dissenso impossibile da contenere. Se l'obbiettivo voluto con Evin era quello di spegnere ogni speranza, la fermezza di chi vi è recluso dimostra che la libertà è un diretto da difendere a ogni costo.

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Cecilia Sala, Chora News, «ho parlato di Evin e di cinema con Jafar Panahi».

Le loro prigioni. Voci e cronache in presa diretta dalle carceri del Mediterraneo | RaiPlay Sound
Il Mediterraneo è una terra che trema da decenni. Trema per le guerre, le rivolte, le occupazioni, gli esodi forzati. Trema per gli accordi traditi, per le promesse non mantenute, per le famiglie spezzate e per le vite sospese.

Di Azzurra Meringolo