Il vampiro è sopravvissuto a croci, paletti e a più di un secolo di adattamenti, forse perchè - evidentemente - serve ancora.
Nel panorama mediale contemporaneo, il vampiro ha dimostrato di non essere soltanto immortale, ma estremamente ricorsivo, riemergendo ogni volta che viene dichiarato superato.
Negli ultimi cinque anni, abbiamo assistito a una crescita esponenziale di queste narrazioni. Diversi film, serie TV e sitcom hanno reinventato e riproposto il mito del vampiro, riportandolo con insistenza sul grande e piccolo schermo. Tra questi troviamo gli adattamenti cinematografici di Robert Eggers, Luc Besson e Ryan Coogler, usciti tra il 2024 e il 2025; così come serie televisive quali Interview with the Vampire (2022 - in produzione) e Midnight Mass (2021), o sitcom come What we do in the shadows (2019 - 2024). Per non parlare dell'atteso reboot della serie cult dei primi anni 2000, Buffy l'ammazzavampiri (1997 - 2003), previsto per il 2026.
Questi esempi sono solo una parte della copiosa produzione che ha visto questa figura ritornare al centro della scena. Una produzione che ha dato vita a una curiosa concentrazione narrativa. Possiamo affermare, quindi, che il vampiro è apparentemente ovunque; tuttavia, la domanda a questo punto è inevitabile: perché?
Indubbiamente, se il vampiro continua a ripresentarsi non è sicuramente soltanto per nostalgia. Ritornando indietro alle sue origini folkloriche, o più semplicemente quelle letterarie, questa figura non è mai stata un semplice mostro, ma un potente spazio narrativo dove ansie e paure collettive hanno trovato una forma e, talvolta, un'esorcizzazione. Di fatto, non è un caso, che molte di queste narrazioni si inseriscano nel solco del gotico, un linguaggio narrativo che storicamente utilizza il mostruoso per parlare di ciò che una cultura fatica a digerire. Il vampiro, in questo senso, resta una delle figure più efficaci. Un centro nevralgico di metafore e simbolismi che, a quanto pare, tuttora svolge una funzione e riesce ad avere un forte impatto culturale.
Dal folklore rurale europeo, dove il vampiro era la spiegazione più logica alla violenza di malattie o morti inspiegabili, la figura si è poi manifestata nella letteratura gotica dell’Ottocento, facendosi carico di nuove tensioni sociali. A partire da John Polidori e Bram Stoker, i cui vampiri erano sintomo di una modernità attraversata da paure di contaminazione e perdita di controllo. Fino ad arrivare a Carmilla di Sheridan Le Fanu e il suo vampiro donna; perché cosa può essere più spaventoso per la società vittoriana di una femminilità autonoma, predatoria e eroticamente libera, che si sottrae al controllo maschile?
Dobbiamo invece ringraziare Anne Rice, e il suo libro Intervista col vampiro (1976), per l’attuale simpatia emotiva che abbiamo nei confronti di questo mostro. È proprio qui che il vampiro ha smesso di essere solo una minaccia esterna ed è diventato uno specchio dell’interiorità umana: un soggetto narrante, dotato di profondità emotiva e un importante conflitto morale. Questa figura si trasforma così — soprattutto sulla scia dei cambiamenti sociali legati alla comunità queer — in una metafora identitaria che trascende le dinamiche binarie di genere e che vive ai margini, appesantito da una diversità che non può essere apertamente discussa.
Ed è a partire da iconici e affascinanti antieroi, come Lestat de Lioncourt di Rice, che la romanticizzazione di queste figure all’interno della cultura popolare ha preso piede. Passando prima nelle trincee dei teen drama seriali, come Buffy l'ammazzavampiri, fino ad arrivare a partorire l'unico e indimenticabile vampiro sbrilluccicante, Edward Cullen. Spostando in questo modo l’attenzione verso la rappresentazione di ansie culturali legate in parte al mondo adolescenziale, come la crisi identitaria, la dipendenza e la sessualità, e rendendo queste figure sinonimo di una personalità tormentata.
Ritornando negli anni settanta però, parallelamente a queste trasformazioni, la figura del vampiro si era inoltre avvicinata all’esperienza di altri gruppi marginalizzati, fungendo, per esempio, da specchio metaforico per parlare del vissuto della comunità nera; con film cult come Blacula (1972), Ganja and Hess (1973) e personaggi come Blade. Non a caso, negli ultimi anni, in un periodo in cui gli Stati Uniti sono attraversati da forti tensioni politiche e sociali relative al razzismo, sono proprio prodotti che seguono questa corrente interpretativa ad avere un importante revival nel mercato hollywoodiano, e a mostrare la vera potenza simbolica e critica della figura vampirica.
Due esempi magistrali — la cui visione, l’autrice qui presente, non si stancherà mai di consigliare — sono: la serie Interview with the Vampire (2022 - Presente) di AMC e il film di Ryan Coogler, Sinners: I peccatori (2025).
Da un lato, in una società post-closeted come la nostra, Interview with the Vampire, esplicita il sottotesto omoerotico della saga di Anne Rice, riorientando l’asse centrale del racconto verso una riflessione sulle dinamiche razziali. La serie, infatti, assegna i ruoli di due dei personaggi protagonisti ad attori neri, modificando radicalmente la loro storia. Il vampirismo viene trasformato così in uno spazio narrativo attraverso cui esplorare una società segnata da un razzismo sistemico, le cui conseguenze persistono anche in un mondo governato dal soprannaturale. In questo senso, Louis de Pointe du Lac e Claudia, sullo sfondo di una New Orleans del 1910, non devono soltanto confrontarsi con le implicazioni morali e le difficoltà di un’esistenza immortale, ma anche con la realtà che il potere offerto dal vampirismo non consente loro di sottrarsi ai vincoli imposti dal colore della loro pelle.
Dall’altro lato, Sinners: I peccatori di Ryan Coogler, ci porta sempre nel profondo sud americano, con una storia ambientata nel 1932 durante l’era delle leggi di segregazione Jim Crow. Qui, tuttavia, il vampiro non diventa semplicemente una figura di "otherness", ma una corpo attraverso cui leggere il trauma storico della comunità nera. Il film non si limita a offrire un’ode alla cultura e alle tradizioni musicali di questo gruppo sociale, ma costruisce un quadro profondamente agghiacciante, che ha poco a che fare con la violenza sanguinaria del vampiro, e molto, invece, con ciò che esso rappresenta simbolicamente: una forza di assimilazione coloniale, capace di erodere e annullare la diversità, le tradizioni e la memoria di una comunità. In Sinners, le radici sistemiche del razzismo sono svelate nella loro profondità e stratificazione. In definitiva, mostrano come questo tipo di violenza non sia un’eccezione, ma una struttura che si riproduce nel tempo, continuamente perpetrata, anche da vittima a vittima.
Se ad oggi il vampiro continua a ritornare con insistenza nella cultura mediale, non è perché non sappiamo liberarci di lui, ma perché continuiamo ad averne bisogno. Questa figura rimane tuttora un dispositivo simbolico estremamente potente, capace di offrire uno spazio narrativo in cui parlare e mettere in scena il nostro presente, il nostro passato e ciò che resta irrisolto, invisibile, ma profondamente sentito. Nella sua identità liminale — né viva né morta, non completamente umana ma neanche totalmente mostro — il vampiro assorbe le inquietudini di ogni epoca e, senza nominarle direttamente, ci offre uno spazio sicuro per confrontarci con i lati più oscuri della nostra società. Dopotutto, per natura umana, è più facile fare i conti con un mostro che guardare direttamente in faccia ciò che ci riguarda davvero.
Il successo critico, e tra il pubblico, di tutti questi prodotti in grado di cogliere e sfruttare a pieno il potenziale del vampiro è un sintomo, non soltanto di una fascinazione estetica, ma del potere che questa figura continua ad avere nel parlarci e nello specchiare la nostra società. Perché queste storie, ad oggi, rimangono ancora uno degli strumenti più efficaci attraverso cui una cultura pensa ed esorcizza se stessa. Ed è per questo ragione che, nonostante croci, paletti e più di un secolo di adattamenti, il vampiro continua ostinatamente a sopravvivere.
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