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La cucina come rifugio: quando impastare diventa una forma di relax

Tra libri aperti e caffè freddo, c’è chi trova equilibrio accendendo il forno. Cucinare diventa una pausa che profuma di calma: meno stress, più controllo, concentrazione che ritorna e tempo che si rimette in ordine. Perché anche durante la sessione, prendersi cura di sé può essere dolce.

Nel periodo della sessione d’esame, ognuno cerca il proprio modo per rilassarsi e alleggerire la pressione accumulata. C’è chi sceglie lo sport, chi ascolta musica, chi si rifugia in una passeggiata o in una serie televisiva per staccare la mente dallo studio. Tra le tante forme di rilassamento, però, ce n’è una più silenziosa e spesso sottovalutata: la cucina. In particolare, cucinare dolci rappresenta per molte persone un momento di calma e benessere, uno spazio personale in cui rallentare, concentrarsi su gesti semplici e ritrovare serenità.

Impastare, infornare e decorare biscotti durante la sessione può diventare molto più di un semplice hobby: è un vero e proprio spazio protetto, un momento in cui il tempo sembra rallentare e la mente ha finalmente il permesso di distendersi. In un periodo scandito da ansia, scadenze, capitoli da ripassare e concetti da fissare, dedicarsi alla preparazione di un dolce rappresenta un modo concreto e immediato per recuperare equilibrio emotivo e mentale. È un gesto che parla al corpo, alla memoria, ai sensi, e che permette di ritrovare un contatto con la realtà più semplice e rassicurante, quella fatta di profumi, ingredienti e gesti antichi.

Durante il periodo di studio, la giornata tipica di uno studente è spesso un susseguirsi di ore passate alla scrivania, con la testa immersa nei libri, la schiena rigida, e il pochissimo tempo da dedicare a sé stessi. Si accumula tensione senza quasi accorgersene. La cucina, invece, offre una pausa diversa, molto più efficace delle distrazioni passive come scrollare il telefono o guardare un video. Entrarci significa cambiare ambiente, utilizzare il corpo, rompere la monotonia. C’è qualcosa di profondamente umano nel tornare a fare qualcosa con le mani: pesare, versare, mescolare. È come se ogni gesto aiutasse a sciogliere un nodo interiore, restituendo alla mente la fluidità perduta.

Il processo della preparazione è strutturato, ma non rigido. Le ricette hanno un ordine preciso, un inizio e una fine chiaramente delineati. Quella chiarezza è di per sé riposante: mentre lo studio continua a generare dubbi (“avrò capito? ricorderò tutto?”), la ricetta offre certezze piccole ma solide. Se aggiungi lo zucchero, l’impasto si addolcisce; se monti bene le uova, la torta verrà soffice. In questo senso, cucinare diventa un modo delicato per ritrovare la sensazione di controllo che spesso manca durante gli esami. È una piccola vittoria alla portata di mano, concreta e immediata.

A livello sensoriale, poi, il relax è inevitabile. Il suono ritmico di una frusta, la consistenza vellutata della crema, il profumo che si alza lentamente dal forno e si diffonde per tutta la casa: sono stimoli che riportano alla mente ricordi di serenità, spesso legati alla famiglia, alle feste, ai momenti in cui ci si sentiva protetti. È un viaggio emotivo che calma, che riporta il cuore su un ritmo più lento e sopportabile. Il calore del forno diventa quasi simbolico: una fonte di conforto, come un abbraccio invisibile che accompagna lo studio.

E poi c’è l’attesa. Quel tempo in cui il dolce cuoce e non si può far altro che aspettare; è preziosissimo. Non è un’attesa frenetica, come quella che si prova mentre si aspettano i risultati di un esame o si cerca di memorizzare l’ennesimo paragrafo. È un’attesa quieta, naturale, che obbliga a fermarsi senza sensi di colpa. Sedersi, respirare, guardare l’impasto crescere attraverso il vetro del forno: anche pochi minuti così possono cambiare completamente la percezione della giornata.

Il rito dell’assaggio è il coronamento di tutto. Sedersi con una fetta di torta ancora tiepida o con dei biscotti appena sfornati, significa prendersi un momento per celebrare un piccolo successo. Non importa quanto semplice fosse la ricetta: il risultato è qualcosa creato con le proprie mani, un gesto di cura verso sé stessi. Questo momento di dolcezza ha un impatto psicologico enorme: ricarica, motiva e dà forza per tornare sui libri con una disposizione d’animo diversa.

Anche la dimensione sociale non è da sottovalutare. Condividere ciò che si è preparato con un coinquilino, un amico che sta studiando, o un familiare, crea un rapporto umano nel pieno della sessione, periodo che spesso isola e chiude. Un dolce condiviso diventa una piccola occasione di dialogo e di sfogo. In pochi minuti si può creare un clima di collaborazione e supporto reciproco che spezza la tensione e ricorda che gli esami non sono un percorso da affrontare completamente soli.

Infine, cucinare dolci insegna, quasi inconsapevolmente, una gestione più sana del tempo. Spezzare lo studio con pause significative e piacevoli migliora la qualità dell’apprendimento molto più di lunghe maratone di studio ininterrotto. Si impara a rispettare i propri ritmi, a riconoscere quando la mente ha bisogno di una pausa produttiva, a tornare allo studio più lucidi e concentrati. In questo senso, cucinare non è solo un passatempo ma diventa una vera strategia per affrontare la sessione con maggiore serenità ed efficienza.

Tirando le somme, cucinare dolci durante gli esami non è un capriccio né una semplice distrazione: è un gesto di cura, un modo per rimanere ancorati a sé stessi quando tutto intorno sembra chiederci sempre di più. È un atto che unisce creatività, sensorialità, condivisione e benessere. Ed è proprio questo mix che rende questa attività una delle forme più dolci, semplici e umane di ritrovare equilibrio nel momento in cui serve di più.