Se essere ordinari è sempre stato visto come una mancanza da cui elevarsi, oggi sembra ricoprire un nuovo ruolo nello scenario comunicativo, assumendo forme e significati in continua evoluzione.
Accendendo la televisione su Canale 5, capita molto spesso di imbattersi nell'ultimo spot pubblicitario di Enel, accompagnato dalla canzone Eroi di Fiorella Mannoia.
Al di là degli scopi meramente commerciali che muovono questo tipo di produzioni, pare che questo spot sia l'ennesima conferma della direzione che ha preso negli ultimi anni la narrazione della quotidianità, sia online che offline. Secondo questa, il concetto di ordinarietà diventa protagonista a scapito di una massiccia mitizzazione del suo opposto.
Sebbene siamo ancora lontani dal raggiungere risultati abbastanza concreti perchè il nostro sistema si soffermi veramente a valorizzare l'ordinario, è interessante notare che questo modo di pensare sia diventato molto importante nel discorso pubblico, tanto da indurre diverse casse di risonanza a sintonizzarsi unanimemente sulle sue frequenze. Il risultato è quello di un canto liberatorio che inneggia all'ordinarietà, all'accettazione dei limiti e dei difetti e alla normalizzazione di aspetti della vita che non hanno niente di eccezionale, straordinario o, appunto, eroico.
Che si sia arrivati a un punto di rottura con la retorica dell'unicità, dell'extra-ordinarietà, dell'eccezione, intese come segno distintivo che rende più attraenti, meritevoli e di succeso degli altri?
Queste domande toccano da vicino due generazioni nello specifico: i Millennials, ovvero coloro che hanno raggiunto l'età adulta all'inizio del nuovo millennio e la GenZ, i cosidetti "nativi digitali".
Lo sviluppo tecnologico vissuto negli ultimi vent'anni, sia dal punto di vista dei dispositivi che dei sistemi, e lo sdoppiamento della vita umana tra dimensione online e offline, sono stati un enorme boost per la comunicazione di qualunque tipo di messaggio.
Nel caso in analisi, il messaggio è "sdoganiamo l'ordinario". Come? Prima è necessario capire da dove deriva il messaggio: esso è la manifestazione del bisogno di legittimare il fallimento, l'errore, il mancato raggiungimento di uno standard dietro cui si cela una richiesta di aiuto e una dichiarazione di intenti verso l'esistenza stessa. Queste generazioni, con modi e tempi diversi, anche se ampiamente ravvicinati, chiedono tregua agli standard che rispecchiano un modo di vedere il mondo in cui non si riconoscono e a cui, anzi, vogliono opporre e proporre un approccio estremamente personale, nel senso di attento alla persona.
Una volta che è chiaro il bisogno, è necessario vedere come questo passi dall'essere mio a essere nostro e quali sviluppi può assumere all'interno dello scenario mediale e comunicativo contemporaneo, poichè è proprio nella diversità e mutabilità delle forme del contenitore che può continuare a diffondersi il contenuto.
Scopo o conseguenza?
Nell'epoca dei social e della brandizzazione della persona, un fenomeno del genere non può passare senza lasciare tracce.
Nella spaventosamente vasta gamma di contenuti che possono popolare la Home di TikTok di chiunque di noi - non si scappa dall'algoritmo - possiamo trovare, scrollando anche solo per pochi istanti, almeno un video di un'influencer che sta partendo per qualche evento di make-up o moda a cui farà da testimonial, specificando che tra quell'evento e il precedente è stato necessario un cambio valigia in tempi record nell'appartamento di Milano comprato di recente perchè era giunto il momento di ripartire da sé.
Di fronte a contenuti del genere, prodotti da personaggi pubblici tra i 20 e i 30 anni, divenuti personalità di spicco di del web, ci si può disporre con il cinismo di chi invidia e non capisce, il sarcasmo di chi sostiene che sia tutta una farsa, oppure l'ammirazione di chi pensa davvero che "se vuoi puoi".
All'estremo opposto dello spettro offerto dallo scrolling della nostra Home, troviamo inevitabilmente anche almeno un video di qualche altr* influencer/piccola personalità del web che, invece, narra ben altro: c'è chi racconta la vita da impiegato di provincia, chi racconta di una crisi spirituale che ha portato a un anno di farming in Australia, chi parla della disoccupazione, chi parla del non sapere né dove si è né da che parte si sta andando.
La stessa Home, la stessa azione di scrollare un video dopo l'altro racconta favole bellissime e ambiziose e al contempo spiattella verità tristi, difficili, eppure estremamente diffuse.
Se lo spazio dei social è sempre apparso prevalentemente come lo spazio del sogno, della bellezza, dell'ideale, lo spazio in cui reale è sinonimo di brutto e inaccettabile, oggi che le potenzialità comunicative sono elevate in modo esponenziale, diventa un'agorà alternativa e laterale a quella reale, un ulteriore spazio in cui gridare un disagio che sta diventando troppo pesante da portare ognuno per conto suo.
Al netto del fatto che non è lo scopo di questa riflessione indicare quale sia l'approccio giusto verso questi contenuti, è invece inevitabile considerare che nello spazio social il concetto di ordinarietà e legittimazione della normalità hanno uno spazio e un potere dilaganti.
Vecchi costrutti sociali riemergono in nuovi spazi comunitari: il mito della star self-made, della persona che ha saputo cavalcare l'onda giusta e per questo sfruttarne la cresta a differenza degli altri. L'ingrediente fondamentale e costante è proprio quello che ci interessa di più: le persone di successo, per essere lì dove sono (ovunque siano) hanno dovuto mettersi a nudo, superare le proprie paure e raccontarsi, onestamente e trasparentemente, al mondo. La celebrità? Non è mai stata uno scopo, solo una conseguenza.
Ed è proprio nel sottilissimo spazio che separa il concetto di scopo da quello di conseguenza, che nell'epoca dei social si scontrano e si confrontano ordinarietà e celebrità, relazionate pacificamente dal presupposto di un bisogno insopprimibile.
Eroi nazional popolari
Se nelle Home dei nostri social queste categorie dialogano più o meno ampiamente, si sviluppano e mutano continuamente, nei dipartimenti della comunicazione più tradizionale, come la pubblicità televisiva, scopi e conseguenze hanno forme e ragioni molto più chiare e dirette.
Lo spot Enel di cui si parla in apertura a questa riflessione è un ottimo esempio.
Il committente dello spot ha un obiettivo chiaro: parlare alla società italiana ricordando la sua longevità, esperienza e affidibilità nel campo di riferimento.
Questo avviene utilizzando un registro emozionale che fa leva su due elementi che declinano il concetto di ordinarietà su due livelli complementari: il portato nazionalpopolare della musica di Fiorella Mannoia e le storie delle persone.
Lo spot sviluppa, infatti, la parte visuale della produzione in perfetto accompagnamento del brano Eroi della Mannoia: un brano che inneggia alla caparbietà delle persone comuni che affrontano la quotidianità con le sue difficoltà e i suoi successi:
Tu chiamali come vuoi
Io li chiamo soltanto eroi.
Scorre una serie di stralci di video che riprende quattro storie: una giovane ragazza pronta a laurearsi; un'ostetrica che aiuta una donna a partorire; una coppia di anziani che affronta la vecchiaia insieme e ,infine, un ricercatore di Enel, figlio di questa coppia.
Si tratta evidentemente di situazioni che viviamo o abbiamo vissuto in prima persona, che vediamo intorno a noi con una frequenza quasi anestetizzante, tanto da considerarle come qualcosa di normale, quotidiano, privo di qualunque necessità di attenzione ulteriore. Insomma, la vita di tutti i giorni viene ri-presa e cantata davanti al pubblico nazionale.
In questo caso, il messaggio è chiaro: Enel può essere una persona che cresce, una persona che si laurea, una persona che fa famiglia, una persona che invecchia; non tutte le persone, ma molte di esse, vivono questi step nella propria esistenza, o almeno uno di essi; il sillogismo si conclude necessariamente affermando che Enel è tutti noi.
Lo scopo di questo prodotto mediale è commerciale: di nuovo, non rientra negli obiettivi di questa riflessione avanzare giudizi sulla morale degli scopi, però è interessante notare, ancora un volta, che il mezzo scelto per perseguire questo scopo è quello della narrazione dell'ordinarietà, della vita di tutti i giorni, della realtà che in questa prospettiva donchisciottesca - si veda il video della canzone - ha qualcosa di straordinario.
Il segreto del mondo
Infine, può essere interessante prendere in esame un esempio di produzione mediale che scivola più verso la deriva artistica, come un film.
Le città di pianura di Francesco Sossai, uscito nelle sale lo scorso ottobre, è un esempio tenero e al contempo spiazzante per il suo realismo nella messa in scena dell'extra-ordinarietà dell'ordinario.
Il film, distribuito da Lucky Red e prodotto da Vivo Film, Rai Cinema e Maze Pictures, è un road movie di Francesco Sossai (classe 1989), che racconta la storia di una coppia di cinquantenni spiantati, che vivono nel dolce ricordo del passato, alla ricerca costante dell'ultimo bicchiere. Il loro viaggio nei ricordi attraverso la Bassa Veneta coinvolge anche un giovane studente di architettura fuorisede a Venezia, timido e chiuso nel suo guscio.
La struttura del genere e il trio dei personaggi induce a un engagement immediato: il viaggio in macchina è il simbolo del viaggio interiore che ciascuno di loro compie attraverso gli altri. I tre personaggi ricordano lo schema di Pinocchio e il Gatto e la Volpe, solo che in questo caso il giovane sprovveduto imparerà molto dai suoi strambi compagni di viaggio.
Al di là dei giudizi strettamente cinematografici, ciò che interessa entro i limiti di questa riflessione sul concetto di ordinario è vedere come questo film sia un ottimo esempio di produzione di successo che ha fatto dell'ordinarietà la sua dichiarazione d'intenti.
Tutto il viaggio si svolge nella Bassa Veneta, tra realtà di provincia e ambientazioni rurali evocative nella loro semplicità e rusticità, ferme a un passato in cui Google Maps non era un'opzione.
I due protagonisti, Carlobianchi (Sergio Romano) e Doriano (Pierpaolo Capovilla), sono, come brevemente accennato sopra, due cinquantenni spiantati che alzano facilmente il gomito e vivono nel ricordo di un'epoca d'oro di guadagni facili ormai tramontata, di cui non sono stati capaci di preservare la ricchezza, trovandosi a vivere nella modesta ordinarietà.
Giulio, a completare il trio, è un giovane fuorisede che si trova a Venezia per studiare architettura: timido, insicuro di sé e schiacciato da diktat interiori, appare come il classico ragazzo fragile in balia di un'esistenza che ingrigisce i suoi vent'anni.
Nella condivisione e nell'apertura all'altro, tutti e tre cominciano un viaggio interiore verso se stessi: Giulio ha bisogno di una terapia d'urto che lo butti nel mondo che lui cerca continuamente di analizzare da lontano attraverso i suoi schemi e le sue categorie. Carlobianchi e Doriano hanno bisogno di qualcuno disposto ad ascoltare e accogliere una storia a cui si aggrappano da tempo, con cui sentono di dover affrontare un incontro/scontro per lasciarla andare.
Nessuno di loro è un eroe romantico, né tantomento un antieroe: sono persone come infinite altre, che affrontano difficoltà individuali, che alla fine sono anche generazionali, che accettano i propri limiti e rimangono al loro interno non per arrendevolezza o mancanza di virtù, ma con la coerenza della consapevolezza.
Emblematica del modus operandi di questi due personaggi è la scena finale: dopo aver sostenuto per tutto il film di aver scoperto il segreto del mondo, ma [di]non riuscire a ricordarselo, quando sono sul punto di esporre la risposta al pubblico la banalità di un gelato che cade spalmandosi a terra fa cadere nel non detto anche il discorso sul segreto del mondo.
Alla luce di questi tre esempi pescati in un mare ricchissimo di altrettante possibilità si può concludere che l'ordinarietà assume connotati sfaccettati e in continuo cambiamento. Che sia un trend o uno scopo, è anche parte di un gioco, come quello del sistema mediale, all'interno del quale qualunque concetto rimbalza come un fascio di luce tra specchi convergenti assumendo nuove intensità e sfumature. Sicuramente, vedere questo tema permeare i diversi spazi e registri narrativi, che costituiscono il nostro sistema comunicativo quotidiano, tiene acceso il faro su un bisogno collettivo che, discretamente e dignitosamente, sta sostituendo vecchie strutture sociali, ormai scricchiolanti, con scenari alternativi.
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