Nasciamo già fatti di (a) pezzi. Sta a noi imparare a spostarli. Un viaggio nella metafora del “costruire” per attraversare i cambiamenti di vita e incontrare gli altri.
Da piccola ero solita giocare con i Lego. I miei preferiti erano quelli piatti, le fondamenta. Senza di essi non avrei potuto innalzare un castello (con molta immaginazione), una casa di tre piani con terrazzo (sempre con molta immaginazione) e una torre d’avvistamento (questa mi veniva sempre perfetta). Non mi piaceva seguire il libretto delle istruzioni per costruire il Millennium Falcon o la caserma dei pompieri. Volevo la mia villetta in campagna, la mia città, il mio impero.
Mi ingegnavo sempre per costruire qualcosa di nuovo ma che sapevo avrei abitato con piacere solo se costituito da risorse che avevo già. Così ho imparato a custodire con cura gli elementi che mi avrebbero permesso di realizzare i miei progetti più ambiziosi.
Mi consideravo fortunata quando giocavo in compagnia di mio cugino e lui mi prestava un Lego indispensabile alla facciata del mio progetto. Io, d'altro canto, alla verbalizzazione di una sua necessità gli regalavo senza riserva ciò che gli serviva, non curante del fatto che mi sarei potuta trovare in difficoltà una volta aver esaurito la mia scorta.
Quando sul cammino intercetto una nuova persona mi capita di tornare con la mente a quei giorni. In questi incontri rifletto a fondo su ciò che sento di potergli offrire e viceversa, analizzando ciò che l'altro è disposto a donarmi. A volte i colori e le forme sono sbagliate e ci si allontana, ma se la fortuna gira dalla nostra parte, spesso nascondono nel cuore ciò di cui abbiamo momentaneamente bisogno.
Noi, nati muratori, architetti, investitori: dal primo pianto che ci annuncia al mondo fino all’ultimo battito di ciglia. Viviamo in un equilibrio precario tra i pezzi che possediamo e quelli che investiamo nel futuro, nelle altre esistenze che si intersecano alla nostra.
Ed è proprio là, dove l’incontro con l’alterità si configura, già nel primo affaccio sul mondo, che si sviluppa il nostro atteggiamento nel “costruire”. Siamo generosi? Avidi? Gelosi di ciò che hanno costruito gli altri? Abbiamo troppa paura di definire i nostri progetti o siamo invece spavaldi, fieri?
In venticinque anni ho portato a termine molte costruzioni: castelli di sabbia, di carte, di pongo. Ho investito negli amici e nell’amore, incartando scatole di porzioni di me da regalare alla prima buona occasione. Poichè tutti, fin da prima di gattonare, siamo un involucro di pezzi che, messi insieme, mostrano la planimetra di chi profondamente siamo, e di ciò che possiamo quindi donare.
Ma cosa ci si mette dentro queste scatole?
I sentimenti, perchè queste persone vengono da noi amate. Il tempo, che va condiviso con gli altri. Le parole, che diffondono curiosità verso l'altro. E le carezze, che ci mantengono umani. Questi sono alcuni degli elementi che spostiamo da noi stessi verso chi è fuori: le persone a cui vogliamo bene, quelle che si buttano per sbaglio sulla nostra strada, chi ci accompagna per qualche mese e poi se ne va. E poi ci sono i nostri genitori, gli unici pezzi che siamo impossibilitati a buttare.
La planimetria sopra citata può, di pari passo con la crescita, modificarsi, diventando anche completamente altro.
Sono molti i momenti formativi indimenticabili che mi hanno definito. Aver iniziato a truccarmi, aver ricevuto il primo bacio, essermi seduta finalmente al tavolo degli “adulti”. In queste occasioni ho preso dei pezzi che fluttuavano nello spazio e li ho depositati in me. Alcuni li ho ceduti alle persone per cui simpatizzavo, per cui avevo preso una cotta, o a chi si era guadagnato la mia fiducia.
Queste scelte hanno costruito un quadro nel quale sono tornata a riconoscermi nei momenti di perdizione e fragilità: la prima delusione d'amore, le costanti insufficienze in matematica, il disagio di un corpo che cambiava fuori dal mio controllo. E una porta che non si è mai aperta. Anche i pezzi macchiati di inchiostro entrano nell'edificio. Questi, nati dalla sofferenza, si incollano con più facilità — e alcuni non li puoi più togliere.
Non si tratta però soltanto di come mettiamo ordine alle nostre stanze interiori. A volte accade che sentiamo la necessità di buttare via ciò che possediamo, per fuggirne o per ricavarne qualcosa di nuovo.
Mi sono ritrovata, certe mattine, davanti alla sorpresa di una costruzione demolita. Ho dovuto ricominciare da capo a impilare i pezzi, insistendo sulla stessa forma che, puntualmente, il giorno seguente tornava a terra, con i frammenti sparsi. È in queste occasioni che ho iniziato a perdere la pazienza, a non voler più costruire neanche una cantina, per non sentire di star sacrificando il mio tempo verso ciò che non stava, e non avrebbe, funzionato. Aspettavo così un’idea migliore che potesse valorizzare quei pezzi, senza però crederci davvero.
Mi torna in mente il monologo di Samuel, il padre di Elio in Call Me by Your Name (Luca Guadagnino), profondamente legato a ciò che sto cercando di dire: «Strappiamo via così tanto di noi per guarire in fretta dalle ferite che finiamo in bancarotta già a trent’anni. E abbiamo meno da offrire ogni volta che troviamo una persona nuova[…]>>.
Quante volte ci siamo trovati pietrificati di fronte all’idea di avvicinarci di nuovo a qualcuno? Di offrire un pezzetto di noi stessi a chi potrebbe gettarlo via, perderlo? Così abbiamo messo da parte dei pezzi, chiudendoli in uno scatolone e lasciandoli in un ripostiglio polveroso, fino a quando non avremmo ritrovato il coraggio di abitare di nuovo lo spazio dell’amore, i villaggi degli altri.
Quando passiamo da una fase della vita alla successiva, ci vengono offerti dei pezzi nuovi: immacolati, freschi di fabbrica. Mentre quelli del passato possiamo conservarli come ricordo, con questi nuovi abbiamo la possibilità, se vogliamo coglierla, di ampliare le nostre costruzioni, o smantellare tutto per ricominciare da zero. Oppure di tenerli momentaneamente da parte.
Il mio momento è arrivato alla fine della triennale, come conseguenza diretta di anni di insoddisfazione, colmi del desiderio di reinventarmi, di mettermi in gioco. Prendere il volo per abitare una nuvola che sentissi sinceramente mia. Cosa c’era oltre a ciò che avevo già? Quali pezzi mi stavano aspettando fuori dalle mura di un paese che non mi vestiva bene? Quante altre persone si trovavano come me, con dei pezzi in mano e nessuno che sapesse davvero coglierne il valore, capire dove collocarli?
Molte parti di me erano ancora inespresse, in attesa dell’aggancio giusto.
Così mi sono trasferita a Bologna quasi due anni fa, ritrovandomi a vivere mesi di sconforto, in cui non sapevo da dove iniziare a costruirmi. Nessuno mi aveva avvertita che lasciare casa con valige e scatoloni avrebbe significato, allo stesso tempo, decostruire tutto ciò che fino a quel momento era stato la mia casa. I legami, i riferimenti, le schegge di vetro in cui specchiarmi. Non stavo soltanto cambiando l’ambientazione della mia vita, entrando in una nuova stagione, ma stavo, con la distanza e con il tempo, spostando i pezzi inconsciamente.
Lo stesso facevano (e fanno) le persone che avevo lasciato, con cui avevo costruito una comunità di forme che si riconoscevano l'una nell'altra. Loro erano rimasti nei propri villaggi di Lego, nelle loro abitudini e scappatoie, mentre io sentivo di non stringere più nulla, se non l’odore di un’ambizione che si stava vaporizzando.
L’esserci equivale a mettere in gioco i propri pezzi, e la mia partenza li aveva inevitabilmente portati via. Disabitare i luoghi in cui avevo passeggiato per anni significava, purtroppo, disabitare anche i legami.
Nel pensiero buddhista ricorre l’idea che ogni scelta che compiamo sia contemporaneamente una conquista e una perdita: imboccare una strada ed abbandonare così tutte le altre. All’inizio, infatti, mi sembrava di non possederli più, quei pezzi. Di averli persi, dimenticati, abbandonati — e quindi traditi. E che, allo stesso modo, mi stessero tradendo anche loro.
Nicolò Fabi canta: «Ah, si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta. Quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora». Ma ciò che non ti appartiene non ha forma, non è tangibile. È la perdita momentanea dei satelliti che ti roteavano attorno, di quei riferimenti che, finché restano al loro posto, ti fanno credere di sapere chi sei. Avevo costruito intorno a me colonne portanti e fari che mi illuminavano il cammino e la coscienza. Allontanandomi hanno iniziato a vacillare fino a diventare macerie. Ci camminavo sopra credendo di aver commesso un errore. Tutto ciò ha portato con sè la perdita della mia identità: se è vero che siamo il risultato dei rapporti che instauriamo con gli altri, adesso che ne sarebbe stato di me?
Spontaneamente mi sono aggrappata a tutto ciò che era rimasto spiaggiato: l’amore che avevo provato, le esperienze condivise e la somiglianza tra me e i miei affetti. Sono andata avanti costruendo due piccole casette: una nel paese d’origine e l’altra qui, a Bologna. Ma non era funzionale alla mia crescita investire dove non avevo più una visione d’insieme. Ero bloccata alla partenza, in una casella che non mi permetteva di avanzare sul tavolo da gioco. Davanti a me tutti i pezzi forzatamente incastrati tra loro, senza una forma, senza una logica. Era l’unica cosa che potevo fare di fronte a cocci che non combaciavano più. Ma costruire non coincide con il trattenere, con il far indugiare qualcuno in un luogo in cui non vuole più abitare. Non significa conservare tutto così com’è, né replicare fedelmente ciò che è stato. Anche se la paura mi stava indirizzando verso la conclusione opposta.
«Ma tra la partenza e il traguardo… nel mezzo c’è tutto il resto>>. Ed è proprio quel resto, giorno dopo giorno, che mi stava chiedendo di essere silenziosamente costruito.
Senza timore da bambina fabbricavo case e grattacieli, mentre nelle vesti di una giovane adulta non mi sento più disposta a cambiare. Chi sarei stata, una volta aver mosso anche solo un pezzo di ciò che componeva l’insieme?
<<E costruire è sapere, è potere rinunciare alla perfezione». È accettare che alcuni pezzi non torneranno mai al posto precedente, perché la loro funzione nella nostra vita è mutata. Rinunciare all’idealizzazione non è una sconfitta: può essere, al contrario, un gesto profondamente liberatorio.
Non mi restava che attendere pazientemente la fine delle paranoie, imparare a muovere passi piccoli verso ciò che era lì, sotto ai miei occhi, destinato a me. Dovevo questo momento a ciò che sono stata – e quindi diventata -, alle persone che mi hanno affiancata lungo il cammino, ai valori e alla grinta nati dalle mie esperienze.
Non perdiamo davvero ciò che siamo stati: ce lo portiamo dietro, dentro, addosso. Anche quando non sappiamo ancora dove collocarlo. Anche nei giorni in cui ci sembra non servire più.
Con il passare dei mesi, e con più di un anno di esperienza alle spalle, alla fine un nuovo villaggio l’ho costruito. Lo abitano persone che mi rispecchiano, libri nuovi e vecchi, post-it sparsi in casa con idee malsane, pagine indecifrabili di pensieri che sarebbe meglio non condividere. Consapevolezze nuove che ahimè, un po' sono state deludenti. Lo abito io, con un vestito addosso finalmente della mia taglia, con più chiarezza nella testa e con le tante fotografie che ho scattato per tenere prova della forma che ha preso il mio impero.
Mi sono accorta di aver disseminato qua e là anche ciò che il passato mi aveva donato, ciò che le amicizie mi avevano insegnato. Non ho perso i pezzi raccolti per caso in un giorno fortunato né quelli conquistati con fatica il giorno della laurea. Gli avevo soltanto cambiato la seduta.
Costruire, allora, è questo: ridisporre ciò che siamo. Ricollocare cose e persone, ricordi e odori. Accettare che i pezzi non smettono mai di muoversi e che il senso non risiede nella forma, ma nel coraggio di continuare a spostarli.
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