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Il valore della fatica.

Fatica, questa (s)conosciuta.

Oggi giorno, siamo cullati da tecnologie che ci facilitano qualunque azione: dal dover sommare 567 a 3.459 a ricordare qual è la capitale del Tagikistan (se ve lo state chiedendo, pare essere Dushanbe. Sia lodato Google).

Ma allora, perché – in un mondo che ci offre aiuti di ogni genere – la fatica ha ancora ragione di essere? Perché, è bene ricordarlo sempre, non si tratta solo di azioni meccaniche ma anche di stati d’animo dinanzi a una società che ci chiede di correre ogni giorno di più e che, di tempo per reagire, ce ne dà sempre di meno. Ecco allora che la Fatica, perché no, anche con la F maiuscola, si nasconde dietro a ideali irraggiungibili, ritmi sfrenati, la quantità preferita alla qualità. Ricetta per il successo, per il riconoscimento, per sentirsi grandi.

E se non fosse tutto oro quel che luccica? In fondo, chi ha deciso che la glorificazione derivi esclusivamente dallo stremo e non da quei momenti lì, di riposo e dal ritmo lento, scandagliato non tanto dalla necessità di primeggiare quanto quella di prendersi cura di sé, mente e cuore?

Che sia nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, nello sport, nel suo essere (in)visibile, la Fatica risiede in noi, nel nostro fisico, nella nostra psiche. E no, non possiamo farci nulla, se non capire come dosarla, accettarla, accarezzarla.