Evasione e distrazione sono termini ampi e densi di significato: tra le tante strade, quali raccontano la nostra storia?
Che cosa sono evasione e distrazione, se non "una quotidiana guerra alla razionalità" come diceva Max Pezzali in una celeberrima canzone degli 883, riferendosi all'amore per una ragazza capitata all'improvviso nella sua vita, che ha stravolto la sua quotidianità, portandolo in una dimensione di sogno, adorazione ma anche sofferenza.
Sì, perchè la dimensione della sofferenza, non solo nelle relazioni amorose, è strettamente legata alla dimensione di evasione e distrazione.
Le sfaccettature linguistiche legate a questi due termini sono tante, e analizzarne il significato è un percorso denso e scientifico.
Ciò che si proporrà nei prossimi paragrafi, è una riflessione su come distrazione ed evasione siano bisogni intrinseci della natura umana per vivere e sopravvivere, quando la realtà richiede un'operazione di ricollocamento del proprio io all'interno dei suoi spazi e dei suoi tempi.
In questo viaggio, le protagoniste di storie più o meno recenti ci aiuteranno ad analizzare l'evasione come uno strumento di sopravvivenza, di riconoscimento, di potere e affermazione, in diverse fasi della vita, tra infanzia e vita adulta. Ciò che sicuramente accomuna queste protagoniste è un profondo bisogno di adattamento e accettazione, a cui si aggiunge tutta la dignità e il coraggio che sono propri di chi sa costruirsi un'alternativa.
Il bisogno di evasione si coniuga alla narrazione di storie e racconti fin dalle origini della vita umana: se nelle comunità primitive miti e leggende venivano raccontati e incisi su pietra per il bisogno di spiegare i fenomeni della natura, con il tempo la narrazione ha assunto una dimensione più performativa e ludica, dando origine a forme di intrattenimento nei secoli sempre più complesse e articolate. Dalle ballate dei cantori medievali alla corte del re, fino all'odierno cinema 3D, è stata percorsa una strada lunga, articolata ed eterogenea.
Ciò che non è mai cambiato invece è il bisogno su cui si sono sedimentate le mattonelle di questo lungo sentiero: il bisogno di altro, il bisogno di conoscere, di spiegare, di capire, il bisogno di riconoscersi in qualcosa. E quando questo processo non si attiva nella realtà circostante attraverso la sua decodificazione collettivamente condivisa, per sopravvivere, è necessario percorrere altre strade.
Alice nel Paese delle Meraviglie: chi sono io davvero?
Opera dello scrittore inglere Lewis Carroll scritta nella seconda metà dell'Ottocento, Alice nel Paese delle Meraviglie parla ancora oggi, in maniera profondamente significativa di cosa significa diventare grandi.
Fondamentale sottolineare il periodo storico in cui viene scritta: la società vittoriana dà poco spazio alle stranezze e alle storture. Rispondere a queste imposizioni con una storia stravagante, illogica e fantasiosa è quanto di più logico e razionale ci si possa aspettare. Ancor più se si considera che la storia racconta di una bambina, curiosa e irrequieta, a cui si chiede per tutto il tempo di essere adulta, decisa e consapevole.
Come tutti sanno, Alice cade nella tana di un coniglio da cui è stata incuriosita - chi non sarebbe incuriosito da un coniglio con un panciotto e un orogologio? - e finisce in un mondo parallelo assurdo, dove niente è come sembra e tutto diventa il contrario di tutto. Soprattutto, in questo mondo, a più riprese tutti si definiscono matti, inquadrando questa follia dilagante come principio di base su cui si fonda il loro mondo, sostenendo implicitamente che chi non si sa adeguare a questo ordine sociale è un outsider.
Alice, che scappa dalla noia della sua vita quotidiana, compie un percorso all'interno di questo mondo: il suo viaggio è inteso come un percorso di crescita che si scontra con l'assurdità delle pretese imposte dalla società dell'epoca, a cui i personaggi di questa strampalata dimensione rispondono con abitudini paradossali e illogiche. Basti pensare al Cappellaio Matto che afferma con convinzione che ogni ora del giorno sia l'ora del tè, o la Regina di Cuori, che per qualunque minimo screzio che metta in discussione la sua autorità, ordina la ghigliottina.
Alice affronta tutto il viaggio con un'attitudine singolare e degna di nota.
Da un lato è curiosa, entusiasta e pronta a mettersi in gioco, adeguandosi alle assurde regole che quella società di matti le impone.
Dall'altro lato è profondamente impaurita e spesso sconfortata: più volte si lascia andare a pianti lunghi e scomposti, si frustra per la sua incapacità di prendere decisioni assennate e per le conseguenze che derivano dalle sue azioni.
La sua frustrazione emerge soprattutto quando i personaggi che incontra vogliono a tutti i costi farla riflettere sulla sua identità: più volte ad Alice viene chiesto chi è, o meglio che cosa è. In un mondo dove gli animali e le piante parlano e hanno sembianze antropomorfe, i confini della definizione del sè diventano molto più ampi. E tutte le volte che Alice risponde definendosi come una bambina, viene scacciata e derisa.
In particolare è il Brucaliffo a porre le domande più difficili ed enigmatiche: Alice lo incontra tra i fili d'erba, mentre se ne sta sdraiato a fumare il narghilè in una coltre di fumo denso. Il Brucaliffo insiste nel pretendere da Alice risposte su questioni esistenziali, richiesta abbastanza assurda se si pensa che Alice è appunto una bambina. **Eppure proprio grazie al Brucaliffo Alice capisce che non può definirsi. Lei stessa riconosce che il modo in cui si è sentita quel giorno, prima di cadere nel buco, non è lo stesso modo in cui si sente mentre parla con il Bruco. **
Anche lo Stregatto è un altro personaggio chiave per la riflessione su se stessa. Forse il più assurdo e illogico tra i vari personaggi che incontra, lo Stregatto è inafferrabile e incomprensibile: ride di tutto e di tutti, non riesce a prendere sul serio alcun discorso, appare e scomapre dissolvendosi nel nulla. Eppure Alice, persa nella foresta, non ha che lui a cui chiedere indicazioni per uscire da quel labirinto di vegetazione.
Proprio con lui Alice ha una delle conversazioni più significative: lo Stregatto le fa notare che sta chiedendo indicazioni su che strada percorrere, quando non ha idea di quale sia la meta che vuole raggiungere. Ecco perchè, prima di dissolversi di nuovo nel buio della foresta, le rivela che non ha alcuna importanza che strada sceglierà, perchè qualunque strada la porterà sempre e comunque da qualche parte.

Sono proprio gli incontri con questi personaggi che mettono più in evidenza la frustrazione e la difficoltà della crescita: non esistono strade giuste o sbagliate, e Alice lo capisce ben presto, rendendosi conto che per quanto si sforzi di adattarsi alle stramberie di quei personaggi viene comunque messa al bando da ciascuno di loro. Del resto, "sono tutti matti" e Alice sa bene che non ci si può davvero confrontare con i matti.
Per questo capisce anche che non può lasciare che gli altri la definiscano e deve essere lei stessa a decidere chi essere e dove andare.
Evoluzione, crescita e cambiamento sono inarrestabili, e Alice, così come tutti, non può fare altro che sottoporvisi e affrontarli in tutte le sue stranezze. L'unica cosa che può davvero fare, è accettarsi.
Infatti, se nella versione cartoon della Disney questi aspetti della vicenda restano più impliciti, nel film di Tim Burton del 2010 Alice affronta conversazioni toccanti e profonde con il Cappellaio, lo Stregatto e il Brucaliffo. Ed è con una nuova consapevolezza di sè che affronta il Ciciarampa - un drago che vuole il dominio di Sottomondo. Alice combatte il mostro ripetendo a se stessa un elenco di cose impossibili che ha visto e conosciuto in quel lungo viaggio, di cui l'ultima è sconfiggere il drago. Ma è proprio enunciando queste stranezze di Sottomondo che Aliece ne decreta l'esistenza: l'esercizio, suggerito dal Cappellaio, non è altro che un escamotage per legittimare a se stessa le proprie stranezze e divergenze, guardandole da vicino e accettandole come parte integrante della propria persona.
Il favoloso mondo di Amélie, dove tutto è più facile di quello che sembra
Nel film del 2001 di Jean-Pierre Jeunet, Amélie è una moderna Alice nel Paese delle Meraviglie, che però si muove nel mondo reale, spinta da un'analoga curiosità e stramberia, per affrontare la vita attraverso un filtro di sicurezza.
Il contesto in cui si sviluppa la stranezza di Amélie però è molto più personale: il film inizia raccontando la vita della ragazza fin dall'infanzia, mostrando un rapporto tossico e opprimente con i genitori, i quali la tengono chiusa in una gabbia di solitudine fino all'età adulta, gabbia che lei impara ad arredare, costruire e modificare a sua immagine e somiglianza.
Amélie è la classica ragazza "strana", con la testa tra le nuvole, che vede il mondo a modo suo. Nello specifico, è strana perchè non ha amici, secondo uno degli stereotipi più classici che definiscono la stranezza come incapacità di stare in società. Questa sua inadeguatezza però non è del tutto debilitante: lavora in un cafè, abita da sola in un appartamente di cui si prende cura, viaggia da sola in treno per andare a trovare l'anziano padre in pensione.
Eppure, Amélie sembra non essere in grado di aderire al 100% a quei canoni tali per cui una persona possa essere definita normale. Del resto, non ha amici: al di fuori delle persone che frequenta per motivi lavorativi o di stretta sopravvivenza, non ha affetti stretti e profondi con cui condividere il viaggio dell'esistenza.
Come sostiene Amélie stessa, la sua vita cambia improvvisamente e per sempre con la morte di Lady Diana il 31 agosto 1997: proprio quel giorno, mentre i telegiornali annunciano il fatto, lei scopre in maniera completamente casuale un buco nel muro del suo bagno, in cui trova una scatola di latta contenente alcuni oggetti appartenuti a un bambino, sicuramente ormai adulto, che aveva abitato in quell'appartamento prima di lei.
Da allora Amélie prende una decisione drastica: se riuscirà a rintracciare l'uomo una volta bambino proprietario di quel tesoro senza tempo, e restituirglielo rendendolo felice, dedicherà il resto della sua esistenza a far felici gli altri.
Inizia così un viaggio nel mondo reale in cui Amélie si cimenta in escamotage brillanti e divertenti per risolvere i piccoli problemi quotidiani della persone che la circondano. In questo viaggio, proprio come è stato per Alice, Amélie porta lo spettatore a vedere più da vicino le persone che la circondano e le loro stramberie.
Primo fra tutti l'anziano padre, così trincerato nelle sue abitudini e convinzioni che spreca i giorni della pensione dedicandosi a minuziose attività di bricolage domestico, per ricacciare indietro il suo desiderio di viaggiare. Da sempre aveva desiderato farlo con la moglie, ma essendo rimasto vedovo, non vuole concedersi il piacere di farlo da solo per rispetto verso la moglie, rifiutando così la vita che in realtà ancora gli appartiene.
C'è poi la sua collega che si occupa della tabaccheria all'interno del cafè: ipocondriaca e frustrata dalla solitudine, non fa altro che lamentarsi di ogni piccolezza, inventandosi malattie e dolori evidentemente inesistenti.
O ancora, il giovane inserviente del fruttivendolo: maltrattato continuamente dal proprietario, uomo zotico e retrogrado, che trova sempre un motivo per redarguirlo e mortificarlo davanti alla clientela, in realtà è un giovane romantico e appassionato che ama dipingere.

Amélie inizia a farsi carico delle vite di queste persone, mettendo in atto trucchetti e piccole azioni invisibili, che di fatto danno una svolta alle loro esistenze. Il tutto però avviene sempre in silenzio, dietro le quinte, da lontano, come se Amélie fosse la burattinaia invisibile che muove i fili di queste marionette, convinte di essere artefici del loro destino.
Durante le sue piccole missioni da benefattrice, Amélie instaura un rapporto, se non di amicizia comunque significativo, con un suo vicino di casa. Si tratta di un vecchio pittore che non esce mai dal suo appartamento perchè afflitto da una malattia ossea, e che ogni anno dipinge una copia del quadro di Pierre-Auguste Renoir La colazione dei canottieri.
Entrambi si spiano dalle rispettive finestre a insaputa dell'altro, ma, quando finalmente si conoscono e si parlano, intraprendono un'amicizia molto cauta e filtrata, in cui i due comunicano soprattutto attraverso considerazioni apparentemente astratte e distaccate che fanno sul quadro del pittore, ma che di fatto riguardano loro stessi in prima persona.
In maniera totalmente casuale Amélie si imbatte in un giovane, e il loro incontro-scontro sembra quasi quello di due astri che collidono. Il cui risultato è analogo a un'esplosione celeste: il solo sguardo la induce a capire che lui è l'esatta metà che sta cercando. Il suo modo di percepire così sensibilmente gli altri e leggerli approfonditamente grazie alle sua capacità di ascolto sviluppate nella solitudine, rendono chiaro che quel ragazzo è un'altra persona come lei, in una folla enorme e dispersiva di persone che invece sono incompatibili con lei.
Fortuna vuole che il giovane smarrisca una sorta di album fotografico da collezione, che diventa per Amélie il perfetto espediente per rintracciarlo, consegnarglielo e instaurare un rapporto con lui.
Ecco che si delinea chiaramente la missione più complessa e difficle per Amélie. Inizia così una serie di percorsi, scambi, indovinelli sempre più complessi, una caccia al tesoro a cui Amélie costringe il giovane per riavere il suo album finchè non diventa chiaro a entrambi che la vera missione non è restituire l'oggetto al proprietario ma riuscire a parlarsi.
Qui si misura il vero paradosso della vita di Amélie: così abituata per tutta la vita a relazionarsi con gli altri attraverso infiniti filtri ed escamotage machiavellici, che inventarsi trabocchetti e indovinelli è diventato più facile che parlare direttamente con le persone.
Amélie si trova davanti a una grande scelta: deve decidere se accettare la consapevolezza che restituire quell'album - missione compiuta - le è sufficiente, e continuare ad ignorare sua solitudine e le sue paure, oppure se, togliere la maschera e provare a giocare al gioco della vita seguendo le regole degli altri.
Amélie non è sola in questa sfida: come il Cappellaio Matto che spiega ad Alice le regole del Paese delle Meravilgie, così il pittore capisce che per parlare efficacemente con Amélie l'unico modo è farlo indirettamente, attraverso il quadro. Ma quando teme che la giovane rinunci alla sua felicità per paura di fallire, architetta lui stesso un escamotage, degno dei migliori di Amélie stessa, e attraverso una videocassetta che le fa trovare al momento giusto, la sprona a mettere da parte filtri, maschere e incertezze e vivere la vita esattamente come vuole, andando direttamente a prendere ciò che desidera.
Se con Alice nel Paese delle Meraviglie il focus è il passaggio all'età adulta e l'accettazione di sé a prescindere dalle regole sociali, e l'evasione serve a ritrovare se stessi, nel Favoloso Mondo di Amélie l'evasione serve a proteggersi, serve a creare uno spazio e un tempo da cui comunicare con gli altri attraverso una distanza di sicurezza, pena però perdere la spontaneità e la bellezza della vita al di fuori della propria bolla. Evadere dall'evasione quindi è per Amélie la soluzione per liberarsi dai traumi dell'infanzia e vivere finalmente, in prima persona, la propria vita.
Unbreakable Kimmy Schmidt - evadere dall'archetipo dell'Innocente
Serie Netflix del 2015, Unbreakable Kimmy Schmidt racconta di una ragazza vittima di sequestro da parte di un guru religioso, che tiene segregate lei e altre donne per 15 anni, convincendole che sia arrivata l'Apocalisse. Quando finalmente le prigioniere vengono liberate, per Kimmy inizia un viaggio nel mondo reale per il costruire la sua vita e la sua identità.
Come anche per Alice e Amélie, il viaggio della protagonista consiste nella riconciliazione con un pesante trauma, prolungato nel tempo e consumatosi nella fase più critica della vita. Kimmy deve costruirsi una vita adulta nel mondo reale, partendo da una base di menzogne e abusi.
Proprio come le sue precedenti compagne, Kimmy è descritta dagli ideatori della serie come una ragazza ingenua, naif ed estremamente sprovveduta alla vita, proprio perchè anche lei ha vissuto in una gabbia.
La studiosa Marina Pierri nel suo studio sulle eroine delle serie tv contemporanee Eroine. Come le protagoniste delle serie TV possono aiutarci a fiorire [1] colloca Kimmy nell'archetipo narrartivo dell'Innocente, prima tappa del Viaggio dell'eroe.
L'eroina si trova ora nella fase iniziale del viaggio, ovvero quella del Mondo ordinario, dell'ordine consociuto prima che venga alterato. In questo mondo, l'eroina vive pienamente le sue convinzioni: crede saldamente nei suoi valori, ha fiducia negli altri e nell'avvenire e non metterebbe mai in dubbio quello che conosce. A questo stadio, l'eroina che si identifica con l'Innocente, incarna il mito greco della kore ovvero della ragazza per antonomasia: innocente, incapace di leggere i propri desideri e le proprie ambizioni, e per questo facilmente manipolabile, perchè priva di quella malizia che la metta in guardia dai pericoli del mondo reale.
Kimmy è apparentemente tutto ciò che l'Innocente identifica: è entusiasta, colorata, sorridente e inarrestabile. Eppure ha vissuto per quindici anni in un bunker, abusi e vessazioni da parte di un fanatico religioso. Cosa permette a Kimmy di non soccombere al trauma?

Se l'eroina restasse quieta nella sua gabbia senza porsi domande e interrogare se stessa, sarebbe un problema per lo sviluppo del Viaggio dell'Eroe: non ci sarebbe evoluzione, cambiamento, crescita.
Kimmy invece rompe la gabbia e le sue regole: quando finalmente esce nel mondo reale, un mondo che non conosce e che la guarda come una macchietta stramba che veste colori sgargianti e sembra non aver superato davvero la fase dell'infanzia, lotta con tutte le sue forze per riprendersi la vita che le hanno strappato. Ma non solo, lotta con tutte le sue forze e le sue risorse per costruirsela come ritiene più giusto per se stessa. E la sua forza e le sue energie risiedono proprio nel decidere di lasciar andare tutto il Male che il mondo le ha fatto, per assorbire e trattenere tutto il Bene che sa esistere ed esserle destinato.
Kimmy Schmidt non solo evade da un bunker che la vuole kore da sacrificare sull'altare della sottomisione, ma evade l'archetipo dell'Innocente rielaborandone a suo vantaggio la spontaneità e la bontà, che la rendono outsider rispetto a una società di astuzie e malvagità. Kimmy non si piega alla cattiveria perchè ha imparato a conoscere se stessa e il mondo, con i suoi difetti, illusioni e difficoltà: l'Eroina ha deciso deliberatamente di vivere attraverso il filtro dell'accettazione e della vulnerabilità.
In ciascuno di questi prodotti multimediali si è visto come l'evasione rappresenti una dimensione molteplice e sfaccettata, e come il concetto di viaggio sia imprescindibile per la ricerca identitaria, così come lo è il confronto, l'apertura e la considerazione degli altri entro i confini della propria esistenza.
I viaggi di queste Eroine ci hanno mostrato come l'evasione sia una materia fluida e malleabile, che nelle mani di ciascuna di loro è stata strumento di emancipazione, superficie riflettente in cui guardarsi o fede a cui appellarsi per conoscersi, costruirsi e liberarsi.
[1] Marina Pierri, Eroine. Come le protagoniste delle serie TV possono aiutarci a fiorire, Ed. Tlon. Numeri Primi, 2025, I^ ed. 2020.
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