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Modi di evadere

Distrarsi è subire, evadere è scegliere. Mentre gli algoritmi frammentano il pensiero umano, pratiche come lo sport e la lettura ci offrono varchi di libertà nel recinto della quotidianità.

In un'epoca definita dall'economia dell'attenzione, in cui ogni secondo del nostro tempo libero è diventato terreno di conquista per le pretese della reperibilità costante e il consumo immediato imposto dai social network, la gestione della pausa non è più un semplice dettaglio secondario, bensì una questione di sopravvivenza psico-fisica. 

Nel linguaggio quotidiano si tende spesso a sovrapporre due concetti che abitano in poli opposti dell'esperienza umana, ovvero quello di evasione e di distrazione. Sebbene entrambi implichino un allontanamento dal compito, la loro natura è profondamente diversa. L'evasione è una liberazione consapevole da un ambiente o da una condizione morale opprimente, ossia un atto rigenerativo che permette di uscire dal «recinto» quotidiano per ritrovare una pace interiore. Al contrario, la distrazione è un trascinamento passivo che frammenta il pensiero, rendendolo assente dalla realtà circostante senza però offrigli una meta alternativa di valore. Importante è ad esempio il monito lanciato dal Premio Nobel per l'economia Herbert Simon che, nel 1977, spiega come una ricchezza di informazioni genera inevitabilmente una povertà di attenzione. La distrazione, dunque, nell'epoca dei moderni regimi attentivi, si configura come un disperdersi della coscienza sotto la spinta di stimoli subiti e non scelti, che lasciano addosso una sensazione di anestesia dell'attenzione. Si vive dunque in un tempo in cui l'orientamento frenetico al futuro si oppone alla possibilità riflessiva, e questo porta alla ricerca incessante del nuovo, imponendo all'uomo di abitare pienamente il presente. Si pensi al fenomeno TikTok: la piattaforma è progettata su un meccanismo di scrolling infinito che, proprio come una slot machine, incarna perfettamente il concetto di stimolo subito. Non è l'utente a scegliere, ma un algoritmo che bombarda l'esperienza umana con una sequenza ininterrotta ed infitta di novità. Si tratta di un'attività che lascia la sgradevole sensazione di aver consumato tempo senza però aver trattenuto nulla nella coscienza. Al termine di queste sessioni (di scrolling), spesso non si ricorda nemmeno cosa si sia visto e resta soltanto un senso di spossatezza mentale, una distrazione che rende l'uomo incapace di concentrarsi su compiti più complessi, profondi e appaganti. 

Non esiste una formula universale per una evasione positiva, infatti essa è un atto di libertà individuale. Ognuno dunque deve trovare il proprio modo di distaccarsi nel recinto della quotidianità, quella fessura da cui guardare il mondo con occhi diversi.

Per molti, l'evasione passa attraverso lo sport, che permette di  dare libero sfogo alla propria emotività e di staccare la spina dal «rumore digitale», per riconnettersi con la concretezza del proprio corpo e della mente. Durante l'attività fisica, il cervello rilascia sostanze come endorfine, serotonina e dopamina: neurotrasmettitori che non solo migliorano l'umore e la gestione dello stress, ma hanno effetti significativi sulle funzioni cognitive, rigenerando quelle lucidità che la distrazione aveva appannato.

Se lo sport può essere visto come la riconquista del corpo e dello spazio fisico, i libri rappresentano la frontiera di un'evasione di tipo intellettuale. I testi hanno la capacità di far pensare, di rompere quel patto implicito con il mondo e di scardinare quella pigrizia mentale che spinge ad accettare tutto ciò che si vede o che viene spiegato. Leggere è uno degli strumenti più efficaci per sabotare la quotidianità e la comodità anestetizzante dei social network. Il libro spinge ad essere dei co-autori, a permettere di vivere «mille vite» prima di morire ed, inoltre, ad interrogarsi sulle cose, a guardare oltre il significato stabile che le abitudini hanno cementato. Il lettore che sceglie l'evasione narrativa espande i propri confini dell'io, tornando nella realtà quotidiana con un bagaglio di interrogativi. Dunque, in un mondo che premia la velocità e la superficialità, leggere per pensare è un atto rivoluzionario poiché significa rallentare, fermarsi ed osservare. Come descrive al meglio la filologa spagnola Irene Vallejo «la lentezza del leggere è un atto di resistenza»: si legge al ritmo che si vuole, modulando la velocità, si interiorizza quello che interessa e non quello che viene buttato addosso con algoritmi e che rende storditi. In questa epoca accelerata, i libri sono diventati i primi alleati per recuperare il piacere della concentrazione, dell'intimità e della calma. Leggere è dunque un atto di resistenza in un tempo invaso dall'informazione nervosa e sparata in modo causale.

Nel labirinto delle possibilità di evasione, io stesso sperimento quotidianamente la necessita di questi varchi. Trovo la mia evasione, ad esempio, nel silenzio di un libro letto in solitudine come in «Work» di Vitaliano Trevisan. È un momento in cui il mondo esterno tace e la mia mente può seguire un suo ritmo, lontano delle pretese di reperibilità. A livello meno filosofico trovo altrettanto rigenerativo osservare la mia squadra del cuore. In quel caso non si parla di una evasione che nasce dal silenzio, bensì dalla partecipazione emotiva a un rituale. È una passione che permette di staccare la spina per immergersi in un'estetica che ha un senso profondo e compiuto.

Riprendersi il diritto all'evasione significa sottrarre il tempo individuale al mercato dei dati per restituirlo a qualcosa che rende l'uomo migliore. Se la distrazione rende assenti pur restando iper-connessi al mondo, l'evasione è consapevole e permette di essere in un altrove in cui si trova la strada per tornare più lucidi e presenti. In un regime che esige la nostra attenzione costante, decidere dove posare il nostro sguardo è una delle ultime vere forme di libertà rimasta.